SchifanoiaStreeT

Tanto per avere un muro dove pisciare i pensieri……………………………………………………………. La vita dura dei blog al tempo di Facebook

Questo regalo ti posso fare
Che tu non sappia del mio dolore
Che ti descriva tra nere nuvole
Il raro raggio che talvolta mi illumina
Il cerchio di vita in cui resisto
Per vederti, per amare, per dirti
Perdendo sangue che esiste il sole.

15 marzo 2010
buttata lì da Stefano Benni

Onidia scalpicciava a passo svelto tra le stanze.
Scale mangiano altre scale, abbaini crescono sopra ànditi che si affacciano su terrazze su cui sbocciano altre scale, e salotti e corridoi e cucine e salotti a cui si accede senza passare da nessuna porta: è difficile in una casa dell’Avana distinguere un salotto da una camera.
E lei passava tacchettando sui pavimenti lucidi. Senza scopo. Le madri cubane si muovono come se sapessero come finirà il mondo, niente le turba, neanche l’urlo di uno dei figli. Onidia passava e continuava a passare, del nostro imbarazzo si tingeva l’afa aspettando Pelayo, il capofamiglia.
L’ultimo tacchettìo si interruppe al cospetto di un tavolo in legno laccato, con sopra un vaso di fiori irreali. Inclinando il capo fissò l’angolo della stanza, svelandoci uno strano brillare negli occhi. Accarezzò una rosa finta fatta di stoffa.
- Può andare dove vuole – disse – ma l’amore lo trova solo qui.

Ha cominciato a piovere e sono uscito. Pioveva tanto e io non ho resistito, al riparo da chiunque sono rimasto sotto il cielo. Prima alcuni brividi mi hanno pizzicato poi più niente.
E’ uscito il sole, e non ha smesso, anzi, ha continuato quasi più forte ed era caldo, anche le gocce lo erano. Allora non ho sentito più nessun rumore.
Ho alzato le braccia e, ridendo, ti ho sentito.
Le lacrime e la pioggia sono diventate indistinguibili. Un liquido che scorrendomi addosso si è perso a terra, anonimo e senza motivo. L’inizio di ogni vita.
Anche la gioia di sentirti e l’amarezza di non averti sono diventate indistinguibili. Un tremore con un sapore inspiegabile, sa di sempre, di fame e sazietà, di tempo che scorre e può andare solo là, di sogni fatti e scordati, di due visi
premuti contro da un bacio che perdono i loro contorni, un insieme di linee, pelle e respiro che senza una logica non sente il bisogno di averla, non sente il bisogno di altro. Il senso di ogni vita.

Ognuno vuole darti in moglie a qualcuno,
ma nessuno sa dove pioverai.

Ho quattro milioni seicento cinquantamila quattrocento settantasei parole accatastate in ordine confuso tra il torace e le dita, ingorgate e incapaci di uscire.
Qualcuna vorrebbe tornare a vederti tremare ancora d’incertezza, altre descriverti il letto dove dormirai per il resto della tua vita. Certe smaniano per raccontare lucidamente tutto quello che da te mi arriva agli occhi, anche se mi sembri così sfuocata quando mi guardi da vicino, come se mi chiedessi la soluzione ad un enigma che potrebbe salvarti la vita. Molte, moltissime, vorrebbero parlarti di me e rendere speciale quello che non lo è, rendere desiderabile quello che non ho, e ancora parlarti del modo in cui potremo salvarci a vicenda da un posto in cui non ci sentiamo a casa. Tante altre corrono a cercare la comprensione del mondo: nessun’altra forza da tempo indirizza i miei pensieri e le mie azioni se non la passione smisurata e continua verso di te. Questo il mondo non lo perdona, lui vuole che siamo produttivi e responsabili, come tanti piccoli insetti che accatastano pezzi di foglie secche senza doversi chiedere il perchè. Se qualcosa ti distrae il mondo non lo perdona, ti lascia indietro e ti presenta il conto… e parole, parole lì, a costruire una scusa diversa per ogni aurora e balbettare sdolcinatezze senza fine. Ci sono quelle alla ricerca disperata del legame che pare impossibile non esista da sempre tra noi. Ne immaginano il punto preciso d’origine nello spazio e nel tempo mentre ridicolizzano, presupponenti, la possibilità che esista un limite che non riusciremo ad abbattere. Altre impietosamente analizzano, classificano e risuonano ogni singolo motivo per cui credere in un noi non abbia in realtà alcun senso, nè oggi nè domani. Una flotta di loro rincula dalla bocca: quelle che non hanno potuto riempire i nostri lunghissimi silenzi, che si sono dovute arrendere per affidare al mio sguardo perso e al mio abbraccio insicuro un’enormità di significati. Sono coloro che non hanno trovato l’aria che le avrebbe suonate… il respiro che mi rubi ogni volta che ridi. Queste sono la maggior parte forse.
Sono talmente tante che nemmeno una riuscirà a scapparmi dalle dita. E forse non è più il caso di affidare a loro certi compiti.

Dove sono i vostri uomini? Perchè non sono qui ora a cercare la vostra mano? Perchè non guardano addormentarvi? Perchè non ricacciano continuamente il desiderio di stringervi forte nella paura di svegliarvi? Perchè non si rifugiano in voi? Non hanno nessun dio da benedire per ogni minuto che è stato concesso loro per avervi? Perchè non si mortificano d’avere così poco da donarvi? Perchè non sono i vostri padri nella paura, figli nello sconforto, maestri nello stupirvi, allievi nell’amarvi, compagni nel giocare, fratelli nel confidarsi, amici nel consigliarvi, amanti nello sconvolgervi? Perchè non ricordano la brezza che tirava il giorno in cui vi hanno sfiorato la mano per la prima volta? Perchè non soffrono il vostro dolore? Da che parte trabocca la loro passione per voi? Dove annusano il vostro profumo? Dov’è la loro fame del vostro collo? Chi impedisce loro di affogare delle vostre labbra? Perchè non respirano con la vostra bocca? Quale altra pelle sanno punteggiare di brividi? Quale altro corpo sanno scolpire bendati? Perchè non urlano il vostro nome e non parlano di voi a qualsiasi sconosciuto incontrato per strada? Perchè non si strozzano con le parole che descrivono il loro amore e che non pronunciano? Perchè non si spaventano di quanto sono completamente abbandonati a voi? Perchè non si impressionano della vostra enormità? Perchè non disegnano il vostro viso su ogni muro? Dove possono sentirsi a casa, se non nel vostro corpo ancora caldo? Perchè non sognano di ballare con voi ogni sera? Perchè non desidererebbero essere intonati per cantarvi le istruzioni del tostapane? Non vorrebbero aver suonato ogni musica che amate, scritto ogni libro su cui avete pianto? Non vorrebbero aver inventato loro ogni gioco che vi ha fatto ridere da piccole? Perchè non stanno mettendo in scena i vostri sogni? Perchè non sanno diventare loro stessi tutto ciò che desiderate? Non si impauriscono nel sentire per voi quell’amore che nemmeno credevano di poter provare?
Perchè, chi, dove, quando e cosa sono e saranno se non sono e non saranno i vostri uomini?

Un guerriero famoso in tutta la provincia di Edo di nome Naritomi decise di muovere battaglia, benchè il suo esercito non fosse che un quarto di quello nemico. Lui sapeva che avrebbe vinto, ma i suoi combattenti erano dubbiosi.
Durante la marcia si fermò ad un tempio shintoista e disse: "Dopo aver visitato il tempo getterò una moneta. Se viene testa vinceremo, se viene croce perderemo. Siamo nelle mani del destino."
Naritomi entrò nel tempio e meditò in silenzio. Uscì e buttò una moneta. Venne testa. I suoi soldati erano così impazienti di battersi che vinsero la battaglia senza difficoltà.
"Nessuno può cambiare il destino" disse a Naritomi il suo aiutante dopo la battaglia.
"No, davvero" disse Naritomi mostrandogli una moneta che aveva testa su tutte e due le facce.

Premesse
Frenesia unilaterale. Tentativi di attenersi alla realtà di fatti totalmente futili e segnali totalmente inconsistenti. Azzeramento tantrico dei meccanismi implicati nella percezione di sentimenti e sensazioni. Mero autotrasporto del corpo fuori dalle mura domestiche.

Svolgimento
Una palla di acido gastrico stazionante alla bocca dell’esofago, un dolore lancinante espresso solo con numero quattro lacrime timidamente affacciatesi ai lati degli occhi e prontamente rimosse, passate inosservate grazie anche all’ausilio del buio.

Epilogo
Senza aver lasciato nel cuore di nessuno neanche l’ombra di qualcosa che valesse la pena far esistere. Senza aver neanche qualcosa da dimenticare, ferma restando comunque la necessità di dimenticarlo.
Un mare tumultuoso struggente di fame di baci tempeste di cioccolato fondente impeti di vento di passione e di tramonti con granella d’abbracci affoganti, accuratamente occultati dietro un lieve noduncolo alla gola.

Conclusioni, osservazioni e note a margine
Quanto di meno naturale e umano possa esistere, per la salvaguardia di non si sa chi/che cosa.

L’eternità esiste e la comandiamo noi. Non può essere legata ad un concetto di vita o di morte; troppo semplice, troppo alto e lontano da noi. L’eternità è quel momento preciso in cui ci appare chiara la volontà di non smettere più.
Si dice che la dimensione dell’infinito e dello sconosciuto ci attragga di un fascino pauroso. Invece dietro c’è il sospetto della possibilità, anche piccolissima, che un vuoto enorme sia in realtà pieno di dolcezza e delirio e speranza che magari non troviamo in ciò che abbiamo più vicino.
Io lo voglio vedere, voglio vedere che c’è li dentro. Quel poco che s’è affacciato in quel poco di tempo di quel poco di vita che ci siamo scambiati è solo un colpo di tosse, nasconde una malattia sistemica, parte dal cuore, colpisce lo stomaco, strizza il respiro e arrossa la pelle, distorce le labbra verso altre labbra.
Toglimi ogni dubbio e guardami negli occhi: voglio vedere che succede, voglio vederti dentro, voglio sapere che è vero.
Guardami negli occhi una volta e convincimi che vale la pena non smettere più.