Ho quattro milioni seicento cinquantamila quattrocento settantasei parole accatastate in ordine confuso tra il torace e le dita, ingorgate e incapaci di uscire.
Qualcuna vorrebbe tornare a vederti tremare ancora d’incertezza, altre descriverti il letto dove dormirai per il resto della tua vita. Certe smaniano per raccontare lucidamente tutto quello che da te mi arriva agli occhi, anche se mi sembri così sfuocata quando mi guardi da vicino, come se mi chiedessi la soluzione ad un enigma che potrebbe salvarti la vita. Molte, moltissime, vorrebbero parlarti di me e rendere speciale quello che non lo è, rendere desiderabile quello che non ho, e ancora parlarti del modo in cui potremo salvarci a vicenda da un posto in cui non ci sentiamo a casa. Tante altre corrono a cercare la comprensione del mondo: nessun’altra forza da tempo indirizza i miei pensieri e le mie azioni se non la passione smisurata e continua verso di te. Questo il mondo non lo perdona, lui vuole che siamo produttivi e responsabili, come tanti piccoli insetti che accatastano pezzi di foglie secche senza doversi chiedere il perchè. Se qualcosa ti distrae il mondo non lo perdona, ti lascia indietro e ti presenta il conto… e parole, parole lì, a costruire una scusa diversa per ogni aurora e balbettare sdolcinatezze senza fine. Ci sono quelle alla ricerca disperata del legame che pare impossibile non esista da sempre tra noi. Ne immaginano il punto preciso d’origine nello spazio e nel tempo mentre ridicolizzano, presupponenti, la possibilità che esista un limite che non riusciremo ad abbattere. Altre impietosamente analizzano, classificano e risuonano ogni singolo motivo per cui credere in un noi non abbia in realtà alcun senso, nè oggi nè domani. Una flotta di loro rincula dalla bocca: quelle che non hanno potuto riempire i nostri lunghissimi silenzi, che si sono dovute arrendere per affidare al mio sguardo perso e al mio abbraccio insicuro un’enormità di significati. Sono coloro che non hanno trovato l’aria che le avrebbe suonate… il respiro che mi rubi ogni volta che ridi. Queste sono la maggior parte forse.
Sono talmente tante che nemmeno una riuscirà a scapparmi dalle dita. E forse non è più il caso di affidare a loro certi compiti.