Onidia scalpicciava a passo svelto tra le stanze.
Scale mangiano altre scale, abbaini crescono sopra ànditi che si affacciano su terrazze su cui sbocciano altre scale, e salotti e corridoi e cucine e salotti a cui si accede senza passare da nessuna porta: è difficile in una casa dell’Avana distinguere un salotto da una camera.
E lei passava tacchettando sui pavimenti lucidi. Senza scopo. Le madri cubane si muovono come se sapessero come finirà il mondo, niente le turba, neanche l’urlo di uno dei figli. Onidia passava e continuava a passare, del nostro imbarazzo si tingeva l’afa aspettando Pelayo, il capofamiglia.
L’ultimo tacchettìo si interruppe al cospetto di un tavolo in legno laccato, con sopra un vaso di fiori irreali. Inclinando il capo fissò l’angolo della stanza, svelandoci uno strano brillare negli occhi. Accarezzò una rosa finta fatta di stoffa.
- Può andare dove vuole – disse – ma l’amore lo trova solo qui.